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24 July 2010 @ 01:10 am
 
VITA

di Sammael_Belial


Sogno e Rinascita




Rating: per tutti.



Sono nudo, ma il caldo sole che sorge sulle montagne lontane scaccia il freddo e la notte. Ma il gelo resta dentro, e nulla può portarselo via. Un ritmico dondolio mi culla, ma non riesco ad essere tranquillo. Piango. Chi è quest’uomo? Cosa vuole da me? Mi tiene in braccio e mi guarda con tenerezza, ma mi fa paura. I suoi capelli sono scuri e lucenti, come la sua pelle e i suoi occhi. La barba che gli copre la metà inferiore del viso sembra ispida, ricciuta. È diverso da qualunque uomo io abbia mai visto prima di adesso.
Il dondolio continua, e finalmente mi addormento.

Lei non è la mia mamma. Questa donna non è la mia mamma. Dove sono? Cosa è successo? Dov’è mia madre? Piango. Mia madre non c’è, e ho come la sensazione che non la rivedrò più. La donna mi culla dolcemente, mi stringe al petto, mi dice che sono suo, suo, suo, il suo Kamal, la sua preghiera esaudita dagli dei, il frutto di un dono divino che mi ha portato tra le sue braccia. Non smette di cullarmi e di baciarmi la fronte. Mentre una lacrima cade lungo il suo viso scuro, rigandole una guancia, io cado di nuovo nel sonno.

Un giaciglio allestito all’ultimo momento è il mio letto. Di tanto in tanto – forse sogno, forse ricordo, forse scherzo del dormiveglia – apro gli occhi e vedo il viso di quella donna. Che non è mia madre. Però mi vuole bene, e lo so perché me lo sussurra in continuazione. Vuole bene a me, al suo, suo, suo piccolo Kamal. Troppo stanco anche per mugolare. Mi nutre, mi rimbocca la coperta di lino candido attorno al corpo, mi accarezza, mi guarda. Chiudo ancora gli occhi.

Stavolta li apro davvero, ed è giorno, ed è oggi, è adesso ed è vita, vita vera, che mi strappa da un’età confusa e mi riversa tra gli altri bambini. Sono scuri, piccoli e in carne. Io no, io sono diverso. Li vedo osservare interessati i miei occhi chiari, la mia pelle candida. Ma non mi scacciano. Giochiamo insieme a rincorrerci, e mi cercano, quando non ci sono. Vengono a chiamarmi davanti casa e urlano il mio nome finché non metto la testa fuori dalla porta e con una risata li seguo.
“Kamal, Kamal, Kamal”.
Li attraggo, li affascino, li attiro intorno a me come se fossero insetti, e io il fiore. Un fiore che non ha spine, è appena nato, ma crescerà. Obbediscono a tutto ciò che dico, fanno ciò che desidero. Mi seguono correndo nel mercato, ma le mie gambe sono più lunghe, più svelte, più bianche delle loro. Li semino e li riprendo, li scaccio e li accolgo, a mio piacimento.
Ho sette anni, e mi sento il padrone del mondo.
Un mondo che è il villaggio attorno alla reggia, le case piccole e ordinate, accoglienti. Un mondo che è le braccia di mia madre, e anche quelle sono piccole e accoglienti. Non le ho ancora chiesto perché sono così diverso. Da lei, da mio padre, da tutti. Ma non ce n’è bisogno. «Sei un dono, Kamal. Gli dei ci hanno dato in dono il figlio più bello. La perfezione. Come il tuo nome». Me lo ripete spesso, e nella mia mente di fanciullo mi credo un dio. Andrò presto a lavorare come paggio a palazzo, con gli altri, con mia madre. Sarà divertente. Vedrò il re, che mio padre nomina di rado con tanto rispetto.


Ho nove anni, e sto pulendo gli ori nella sala d’ingresso. Con me ci sono Adel e Aram. Adel è il mio migliore amico, è l’unico che riesca a tenermi testa ed ad atterrarmi quando giochiamo alla lotta. Mi ha fatto mangiare la polvere, e da allora siamo inseparabili. Ha un anno in più di me, ma a volte sembra quasi che ne abbia molti, molti di più. Il suo sguardo è così diverso da quello di tutti gli altri.
Mi lancia addosso la sua pelle di yak, unta di oli, con cui stava pulendo una coppa intarsiata. E ride. Ride. Si piega in due, tenendosi la pancia. Ed è così bello quando ride, gli compaiono due minuscole fossette ai lati della bocca. Resterei ad osservarlo, ma la vendetta e il gioco e il bisogno di prenderlo a pizzichi diventano insostenibili. Mi lancio contro di lui, cacciando un urlo che quando ci picchiamo è il nostro inno di battaglia. Aram ride piano, ma non prende parte al gioco: sa che non è bene intromettersi tra me e Adel, sa che finiremmo per coalizzarci contro di lui, così piccolo e gracile. È calmo, come il suo nome.
Tanto per cambiare, Adel riesce ad atterrarmi. Non ha smesso un attimo di ridere, e appena vede che sto ansimando per il gioco e che ho bisogno di riprendere fiato, si lancia sui miei fianchi, mettendo in atto ciò che avrei voluto fare io, ovvero prenderlo a pizzichi. Ma è una tortura piacevole, almeno fino a quando le mie risa non giungono alle orecchie di un cortigiano di passaggio.

 
 
 
Titty: serpentelloadrienne8588 on July 26th, 2010 01:10 pm (UTC)
Ciao, Sammael!^^
Premetto che questa è una lettura che avevo deciso di intraprendere da un bel po' di tempo. Naturalmente, preferisco lasciarti le mie impressioni qui su C_h poiché sono un po' di parte, XD
Gettando uno sguardo alle immagini in calce ai capitoli pubblicati, devo ammettere sono pura poesia... Complimenti a chi le ha realizzate ;)
Tornando alla storia, giusto per dare una prima impressione, mi è piaciuto molto il modo in cui hai tratteggiato sin dall'inizio piccoli frammenti di ricordo, impressioni sul filo dell'incoscienza. Il bimbo dalla pelle candida fra le braccia della madre – o presunta tale. Sono immagini, bagliori che si affacciano in una coscienza che è quasi "tabula rasa"; che, priva di un antecedente che faccia da perno alle successive percezioni, si limita a cogliere impressioni, immagini prive di uno sfondo, di un precedente, di un caleidoscopio attraverso cui osservarle e assimilarle. O meglio: il "caleidoscopio" c'è, eccome, è la coscienza onirica del piccolo Kamal, ma l'impianto è deliziosamente caliginoso. Come quello, appunto, di un bimbo molto piccolo che si osserva intorno per la prima volta con i suoi occhietti grigi. Questa, almeno, è l'impressione che mi ha suscitato.
Nella seconda parte, invece, cominciano a delinearsi in sintesi (a proposito: ho trovato l'impianto sintetico, che coglie i particolari più significativi e salienti una scelta stilistica appropriata) le personalità dei piccoli protagonisti: il bianco Kamal, con la stoffa del piccolo dio che ne veste graziosamente le fattezze; il suo amico Adel che gli tiene testa, e Aram che dà l'impressione di essere quello più dolce, più mite. Mi è piaciuta anche la frase che hai usato per passare da un piano all'altro della coscienza del giovane protagonista-voce narrante:
Stavolta li apro davvero, ed è giorno, ed è oggi, è adesso ed è vita, vita vera, che mi strappa da un’età confusa e mi riversa tra gli altri bambini.
Che può sembrare banale dirlo, ma mi è piaciuto molto il passaggio. Così come l'atmosfera vagamente esotica. Il piccolo Kamal che sembra quasi una creatura atemporale, la cui coscienza descrive le trame di una storia.
Detto questo, smetto di dilungarmi e corro a leggere il secondo capitolo, poichè la curiosità chiama ;)
A presto!^^