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22 July 2010 @ 02:44 pm
 
FOUR
di BuFr

2 - Non li rivedrò mai più - Parte Prima



 
RATING: V.M. 14


Christian Airman cambiava spesso lavoro. Durante gli anni del liceo era stato impiegato in un negozio di animali, in una videoteca, in una libreria; i suoi genitori ci tenevano che si dimostrasse indipendente. Da quando si era diplomato e si era trasferito nella metropoli, non aveva altra scelta: nelle sue condizioni, non poteva permettersi di studiare continuativamente, pagare una retta universitaria. Era già tanto riuscire a tenersi un lavoro.

Christian Airman era un ESPer, e non per sua scelta. Significava essere in possesso di poteri paranormali: nel suo caso, di visioni del futuro che si frapponevano alla realtà di tutti i giorni come allucinazioni. Spesso, erano immagini di situazioni drammatiche, pericolose. Come se venissero indotte dall’esplodere di emozioni troppo forti per essere contenute. I suoi genitori lo sapevano, ma a parte loro nessun altro capiva; per il resto faceva solo la figura del ragazzo strano, persino disturbato. Più di una volta era stato licenziato per aver combinato qualche pasticcio a causa delle sue premonizioni.

Il problema era che, a parte il potere di prevedere il futuro, per altro senza controllo alcuno da parte sua, non aveva nessun altro dono. Anzi: Christian era sotto la media della sua età. Per essere un maschio aveva la forza fisica di un pulcino malato. Non era mai stato bravo nello sport, né molto agile, né veloce a correre. Come non si fosse ancora fatto arrestare era un mistero. Non era in grado di salvare nessuno insomma, né di fare l’eroe. 
 

Eppure vi era costretto, per maledizione di quegli strani poteri che aveva. Non aveva nessun alleato che lo capisse e lo supportasse, non aveva ancora trovato un modo di sfruttare i suoi poteri paranormali che si rivelasse più costruttivo del semplice fare tutto da solo e passare spesso per matto.

Non era nemmeno un dono, ma una tara. Il nonno paterno di Christian non era umano; lui poteva farci quello che voleva, rinnegare quel ramo della famiglia, ma un quarto del suo sangue era sovrannaturale. E se, ipotesi improbabile, il ragazzo avesse un giorno messo al mondo dei figli, avrebbe trasmesso quella tara per generazioni e generazioni, fino a che non si fosse dissolta.

Lavorare nella grande città si era rivelato più disagevole del previsto – il rischio di grossi incidenti aumentava, e l’incendio al vicino Silk Palace ne era stato una prova – ma almeno per ora era riuscito a tenersi il posto di lavoro. La sua ultima allucinazione era avvenuta poco dopo aver staccato dal suo turno. Era andata bene.

Portò un paio di ordinazioni ad un tavolo, dove un ragazzo e una ragazza, seduti dalla stessa parte, si stringevano l’uno all’altro e gli sorridevano. Lei era una buona amica di Christian, Margaret; una ragazza dolce, solare, un po’ svampita. In sette anni che si conoscevano, non aveva mai capito il motivo degli strani comportamenti di Christian. Era l’unica tra le sue amicizie che gli era rimasta: anche lei infatti si era trasferita da pochi mesi, nel suo caso per seguire il suo fidanzato, Rick, di due anni più grande e ora seduto accanto a lei. Col tempo anche lui era diventato buon amico di Christian; lavorava in una ditta di trasporti.

“Sei sicuro di non poterti sedere un po’ con noi? A quest’ora nel locale non c’è molta gente” disse la ragazza rivolgendosi a Christian.

“Forse non è il caso, Maggie…” disse lui in un mormorio, quasi in tono di scusa nei suoi confronti.

Ma dalle spalle del ragazzo si levò la voce di Michelle, la donna che gestiva la tavola calda: “Siediti pure tranquillo con i tuoi amici, posso gestire la situazione. Se ho bisogno ti chiamo.”

Christian annuì stupito, considerato che Michelle era una donna dal temperamento burbero e severo. Aveva sui sessant’anni: non era cattiva, ma abbastanza esigente. Se diceva che non c’era problema, probabilmente era vero. Non gli stava facendo una particolare gentilezza.

Con un sospiro di sollievo, Christian si sedette davanti a Maggie e Rick. Erano una coppia graziosa: lei aveva un volto acqua e sapone, e un caschetto castano appena uscito dal parrucchiere. Lui aveva un’aria amichevole e simpatica, e il cranio totalmente rasato. Aveva un piccolo tatuaggio ad un lato del collo, ma quasi non si vedeva.

“Ti trovi bene, qui?” chiese lei, sorridente.

Christian la guardò negli occhi e disse: “Per ora bene. Bastano e avanzano per pagarmi l’affitto.”

“Hai fatto amicizia con qualcuno?” incalzò però la ragazza, con un sorriso malizioso.

A disagio, Christian lanciò un’occhiata eloquente attorno: a parte Michelle, i suoi colleghi erano tutti di mezza età o ragazze della scuola superiore.

“Dovresti frequentare qualche altro ambiente, ampliare un po’ i tuoi orizzonti” cominciò a ruota libera Maggie: “Frequentare qualche locale. Siamo in città apposta, no? Ti perdi un sacco di serate divertenti.”

La sera Christian tornava a casa completamente sfinito; ma era difficile spiegarlo a lei. Quando le parlava sentiva il sollievo e assieme la strana sensazione di specchiarsi in un filtro deformante. Certo, che lui avesse effettive difficoltà relazionali lo sapeva, ma non era solo quello il problema…

Non sentendolo rispondere, la ragazza batté una mano sul tavolo, sorridente e infervorata: “Non siamo più al liceo, Christian. È ora che esci dal tuo guscio protettivo, e che rischi le tue facciate come tutti.”

“Lo so” disse lui quasi in colpa: “Non è quello…”

“Tu hai paura” sentenziò lei, prendendo in mano la situazione: “E ti capisco, ma così ti neghi di innamorarti, di vivere tante cose piacevoli. Non è giusto che tu ti punisca. Sai Rick” cominciò, voltandosi verso il suo fidanzato: “Christian ha passato tutti gli anni di scuola a divorarsi un telefilm dietro l’altro, e puntualmente si prendeva una sbandata per uno dei protagonisti maschili. Ovviamente non lo diceva a nessuno, ma potevi leggerglielo in faccia” si voltò di nuovo verso Christian, che considerato il volume della voce che Maggie stava tenendo, si cominciava a sentire discretamente a disagio: “Non puoi pensare di continuare a vivere nella virtualità… Se solo tu volessi, potresti trovarti un ragazzo vero! Hai diritto di concretizzare i tuoi desideri come chiunque altro.”

“Shh…” la zittì Christian, totalmente in imbarazzo. La faceva facile, lei… Ma non era vero che Christian aveva paura.

No.

Era completamente terrorizzato.

Ed era seccante sentirselo rimbalzare in faccia.

Rick sorrise, cercando quasi di scusare con la voce la sua ragazza, ed esordì: “Nonostante i suoi modi un po’ discutibili, Maggie ha ragione. Dovresti uscire un po’ di più. A questo proposito, mi perdonerai, ma ti ho organizzato un appuntamento al buio. Per questo sono qui.”

Il ragazzo di Maggie era in genere un tipo posato e maturo, con una sua dolcezza. Per questo Christian rimase senza parole. Se quel discorso fosse venuto da Maggie, probabilmente sarebbe diventato color sangue e l’avrebbe rimproverata e biasimata per nascondere il proprio imbarazzo. Ma adesso era semplicemente basito. Perché ci si metteva anche lui? Perché non faceva come qualunque uomo etero sano di mente, e se ne stava in disparte? Se anche lui riteneva di dover intervenire nella vita sentimentale di Christian, doveva essere davvero ad uno stadio terminale.

“Cosa…?”

“Dammi una possibilità: ho parlato di te ad un collega e ho proposto anche a lui la cosa. È più che felice di conoscere un ragazzo carino come te. Secondo me è quello che ti ci vuole al momento: é uno che si diverte molto, che gira per locali. Potrebbe portarti con sé. Si chiama Cooper e credo che ti farebbe molto bene uno come lui al momento. Sono d’accordo con Maggie sul fatto che dovresti divertirti un po’.”

“Ah…” riuscì solo a dire Christian. Chiunque avrebbe potuto rispondere a Rick di farsi gli affari suoi, ma Christian era d’animo gentile e l’altro era una brava persona; perciò era molto difficile prendersela apertamente. Dentro di sé, però, il ragazzino era un fiume in piena: la sola idea di un appuntamento al buio gli seccava la gola.

“Non fare così, Christian!” intervenne Maggie con passione: “Nessuno ha detto che te lo devi sposare, o nemmeno che ti deve stare simpatico. Devi solo conoscerlo. Non nasconderti dietro le solite scuse.”

“E per quando sarebbe?” disse Christian, cercando di essere collaborativo. Forse ora Rick gli avrebbe detto di proporre lui un giorno, il che sarebbe stato ancora più penoso.

Ma il ragazzo rasato disse, con un sorriso tranquillo: “Stasera, alle nove. Vi incontrate davanti all’obelisco” sorseggiò un po’ del suo caffé, poi aggiunse come una postilla: “Se per te va bene…”

“Come… Come sarebbe?” proferì Christian, non potendo più impedirselo: “Ti sei già messo d’accordo con lui, e io fino a cinque minuti fa non sapevo nemmeno di avere un appuntamento?!”

Intanto Maggie rideva sotto i baffi; adorava la flemma con cui il suo Rick riusciva a dire qualunque cosa. Se lei si fosse azzardata a proporre a Christian una cosa del genere, avrebbe senz’altro scatenato la terza guerra mondiale. Invece Rick, come niente, riusciva in qualche modo a tenerlo a bada.

“E dai, Christian” miagolò lei sporgendosi in avanti sul tavolo: “Dagli questa possibilità. Dalla a noi; dattela a te stesso. I principi delle favole, se esistono, si trovano fuori dal castello. Non incontrerai dei begli uomini continuando a startene dove stai.”

“Ho incontrato dei begli uomini, invece” si lasciò scappare lui, nel tentativo di difendere il suo orgoglio. Ottenne l’effetto sperato, ma non gradito, perché Maggie tese le orecchie.

“Senti senti” commentò lei seria: “Allora anche tu sei riuscito a flirtare con qualcuno!”

“Non ho detto questo” disse lui, arrossendo ancora, ed abbassò la voce: “Ho solo detto che di begli uomini ne vedo anch’io.”

“Uomini che ti piacciono, vuoi dire?” insistette lei.

“Ehm… Non ne ho idea” sussurrò lui: “Belli erano belli, tutto qui…”

“Dai, racconta!” squittì lei, appoggiando il viso sulle mani.

Ora Christian era in trappola. Come fare a spiegare la faccenda del Silk Palace a Maggie? Avrebbe voluto glissare, ma con quei quattro occhi interessati puntati addosso era difficile.

“Due giorni fa” si arrese: “Sono entrato di straforo ad un concerto. Il gruppo si chiamava…” sapeva di mentire parzialmente, ma se non era il caso non voleva dare informazioni eccessive: “Gunfire Wings. Suonavano in un locale qua vicino. Per una serie di circostanze, ho avuto la fortuna di entrare senza pagare l’ingresso. Solo che un agente di sicurezza mi ha sgamato. Non devo essergli stato molto simpatico.”

“Quando parli di begli uomini ti riferisci a lui?” disse Maggie, registrando una pausa fin troppo lunga di Christian, che si era perso tra pensieri distratti.

Lui trasalì, e sul suo volto si dipinse di nuovo un velo di vergogna: “Mi ha colpito perché era un uomo molto giovane. Ed… ehm… Era fin troppo bello per essere un poliziotto. Non era aggressivo, ma… aveva un atteggiamento molto duro. Incuteva parecchio timore.”

“U-uh… Il fascino della divisa” disse Maggie con un sorriso insinuante: “Ti sei preso una cotta per un poliziotto allora?”

La domanda era tanto imprevista che Christian sentì il batticuore emergere nel petto, e si chiese cosa gli prendesse. Solo ora si rese conto che, non appena Maggie aveva parlato di “principi delle favole”, per qualche motivo gli era subito venuto in mente quell’uomo in divisa. William. William Winter. Sembrava davvero, in tutto e per tutto, un principe. Un principe abbronzato con occhi di cielo. Così perfetto che Christian si sentiva un pupazzetto di biscotto, vicino a lui. Lì lì per spezzarsi.

E dire che non era stato molto gentile con lui, né comprensivo. Ma del resto, era colpa di Christian. Winter aveva fatto solo il suo lavoro. William Winter, con quella doppia iniziale così attraente ed eterea. Sì, era proprio il tipo su cui uno come Christian poteva fantasticare per mesi. Era come gli eroi senza macchia di cui lui stesso da ragazzino, come Maggie aveva ricordato, si invaghiva perdutamente.

“Non è una cotta” disse però Christian, cercando di mostrarsi freddo: “Appena lo conosco.”

“Com’è andata a finire?” chiese Maggie con una punta di delusione.

“Sono dovuto scappare perché non mi arrestasse. Mi sono infilato nella prima porta che ho trovato, e…”

Si interruppe. Solo in quel momento gli tornò con precisione alla mente Tyler. Il solare musicista che l’aveva invitato ad entrare nel camerino, che aveva parlato con lui come ad un vecchio amico. La tensione che provava Christian al ricordo di quella giornata si sciolse improvvisamente in un sorriso. L’unica cosa di cui era felice, nella sua vita recente, era di aver salvato Tyler. O almeno, così gli piaceva pensare. Un’impalcatura gli stava crollando addosso e Christian per un pelo l’aveva trascinato via.

“E..?”

“E niente, ho incontrato un altro bel ragazzo” sorrise Christian, stavolta partecipando al gioco: “Uno di quelli che suonava nel gruppo. In pratica sono entrato in un camerino e lì ci ho trovato lui. È stato molto cortese… Non mi ha scacciato, anzi. Senza saperlo mi ha aiutato.”

“Oh” disse Maggie con gli occhi che le brillavano: “E com’era?”

Lui ci pensò e disse: “Si chiama Tyler. Il cognome non lo so. Sembra un tipo fantastico… Se lo guardi, ti stupisci che uno con quel look e quell’aspetto non abbia ancora sfondato nel mondo della musica. Credo che sia anche piuttosto bravo, anche se non me ne intendo” la musica dei Gunfire Wings era risuonata nella mente di Christian, e stampata a fuoco, ancora prima di sentirla davvero: “E sembra avere la strana dote di scaldarti il cuore, mentre ti parla. Vorrei davvero conoscere una persona così.”

Stranamente, parlando di lui Christian non sentiva nessuna remora ad essere sincero. Maggie guardò con attenzione il sorriso rilassato che, involontario, si era dipinto sul volto dell’amico e disse: “Sei volubile. Si prospetta un triangolo coi fiocchi.”

“Macchè triangolo” rise nervosamente Christian scacciando l’idea con un gesto della mano: “Li conosco a malapena, e probabilmente non li vedrò mai più. Non so nemmeno se potrebbero mai essere interessati a me. Beh, a dire il vero a Tyler i ragazzi piacciono, ma…”

Al solo pronunciare quella frase, Maggie drizzò le antenne: “Il musicista ti ha detto che gli piacciono gli uomini? Ma perché non ci hai provato? Perché ce ne parli e non hai nemmeno uno straccio di numero di telefono? Ti sei messo in testa di non rivederli più ancor prima di provare un minimo, dì la verità…”

“La situazione è più complicata…” scandì Christian non sapendo più come arginare la situazione.

Fu Rick a interromperli però porgendo a lui un foglietto: “Quasi dimenticavo: ecco il numero di telefono di Cooper. Dagli una possibilità, d’accordo? Lo dico per il tuo bene, più che per il suo.”

Christian lo prese in mano, senza sapere bene che fare o che dire. Alla fine si arrese e lo mise nel portafoglio, senza quasi rendersi conto che in quel modo aveva praticamente garantito la sua presenza davanti all’obelisco, quella sera alle nove.

In quel momento il campanello della porta trillò, segno che era entrato qualcuno nella tavola calda. Molti occhi si alzarono allibiti alla vista di una ragazzina con trecce biondo platino, dall’abbigliamento decisamente sul dark-lolita. La sua pelle sembrava fatta di porcellana finissima, e camminava come se la gravità per lei non esistesse, come se si trovasse sulla Luna invece che in un locale dell’America occidentale.

Si diresse spedita come una libellula verso la proprietaria, e con la voce di una cantante chiese: “Dove posso trovare Christian Airman?”

Michelle aveva un’occhiata carica di disapprovazione, ma non la regalò alla nuova arrivata, che era pur sempre un ospite della sua tavola calda, al contrario fu tutta per Christian, come se in un nanosecondo avesse decretato che lui fosse l’unico responsabile di quella strana situazione.

La ragazza dallo strano comportamento alzò una mano dove c’era una busta e disse: “Devo consegnargli una lettera da parte di suo nonno. È urgente.”

Prima che la bionda si facesse scappare qualche parola di troppo, prima che chiunque notasse le sue iridi arancioni, Christian si tirò in piedi di scatto e disse, in preda all’agitazione: “Sono qui.”

Lei si voltò, studiandolo incuriosita, poi allungò la mano verso di lui e ripeté con lo stesso identico tono: “Devo consegnarti una lettera da parte di tuo nonno Anemos. È urgente.”

“Seguimi fuori” mormorò lui quasi implorante. Poi lanciò uno sguardo a Michelle sillabando un “Abbia pazienza.” Ma non era per niente certo che la donna l’avrebbe avuta.

Non si era premurato di spiegare niente a Maggie e Rick. Pregò solo che rimanessero seduti dove erano, mentre lui usciva con la dark-lolita.

“Chi sei tu?” disse Christian quando fu certo di essere fuori dalla portata di orecchio.

“Tril!” disse lei, muovendo le labbra laccate di rosa in un sorriso.

“Tril, mio nonno lo sa che non mi deve cercare sul lavoro, o nelle strade normali?” disse lui in imbarazzo sincopato.

“Ha detto che non rispondi più ai messaggi che ti manda. Ha detto che una volta eri così ubbidiente, mentre adesso ti fai pregare. Ha detto che doveva per forza mandare me, che ti vuole vedere” disse lei come una bambina.

“Ma io non posso farmi vedere in giro con spiriti o… o fatine come te, o qualunque cosa sei! Io non abito nel vostro mondo, sono una persona normale. Un essere umano normale.”

“Lui ha detto che non vai a trovarlo quando ti chiama” spiegò lei, come non capendo il problema: “E che perciò non aveva altra scelta.”

Lui sbuffò, cercando di ragionare: “E quando dovrei vederlo?”

“Adesso.”

“Adesso?” proruppe lui: “Ma sto lavorando!”

“Hai venti minuti al massimo” disse Tril facendosi seria, poi girò i tacchi e se ne andò senza aggiungere niente.

Christian guardò la busta, chiusa con la ceralacca. Doveva inventarsi una scusa in fretta.

 

Alla fine disse a Michelle che suo nonno si era sentito male, e se poteva per favore correre all’ospedale. Al momento, Christian era talmente nervoso per la situazione per niente voluta o gradita da lui, che non si preoccupò di essere scaramantico sulla salute del nonno: visto come era insistente, ben gli stava.

Michelle l’aveva guardato di sbieco, chiaramente non fidandosi del tutto – e Christian era un pessimo bugiardo – ma alla fine aveva dato il suo consenso. Maggie e Rick anche, a loro modo, l’avevano guardato straniti, ma ebbero il buon cuore di non chiedere niente. Forse, dal loro punto di vista, si trattava di tatto. Anche se Maggie doveva trovare parecchio strana l’idea che Christian accorresse a piedi all’ospedale dal nonno, visto che a quanto ne sapeva lei, quest’ultimo non viveva in città.

Ma non era il momento di rispondere alle domande. Il ragazzo aveva brevemente salutato ed era uscito, diretto verso il primo centro commerciale e verso il primo bagno pubblico. Quando fu solo e al sicuro in uno degli scompartimenti, aprì la busta con uno sbuffo.

Quel tipo di buste non erano normali. Non c’erano messaggi dentro, ma solo un foglio bianco, intriso di una sostanza liquida e profumata di rosmarino. Confondeva subito i sensi tramite l’olfatto, e non facevi nemmeno in tempo a renderti conto di alcunché che un secondo dopo ti trovavi in un altro mondo.

Ora Christian, come da programma, era dentro il lugubre edificio dove abitava suo nonno. Un maniero antico, praticamente uscito da un’illustrazione di fiabe gotiche, che nessuno poteva vedere e che eppure si trovava sulla Terra come un qualunque benzinaio, come un normale negozio di giornali. Era da tanto che non tornava lì, di fronte alla porta di quell’ufficio dove suo nonno Anemos lavorava tutti i giorni, ma al momento gli sembrava di non essersene mai allontanato.

Crollò a sedere nella cadente sala d’aspetto. C’erano solo altre tre persone nella stanza; una minuta ragazzina simile alla porcellana, che sembrava la copia di Tril ma con i capelli corti e verdi, che serviva il tè. Uno strano essere più basso di un metro che pareva un grosso maiale antropomorfo viola, il quale in quel momento guardava impaziente un orologio a cipolla tirato fuori da un elegante panciotto. E una donna seduta appena davanti sui trent’anni, vestita come ci si aspetterebbe da una zingara che legge le carte. Addirittura aveva persino una sfera di vetro tra le mani, su cui tracciava delle distratte linee con le dita della mano destra. Non toglieva gli occhi di dosso a Christian, tanto che lui lo avvertì sulla pelle trovandosi quasi a disagio. Sperò che il suo turno arrivasse presto.

“Tu sei il nipote di Anemos, giusto? È un piacere vederti” disse la donna, che aveva davvero l’aspetto di una ciarlatana appena uscita da un baraccone.

Lui fece un cenno con la testa, cercando di essere più educato possibile ma evitando di rispondere. Lanciò un’occhiata alla porta chiusa, dove campeggiava una targa dorata con su scritto: ANEMOS. Vigilante Terra-Aria, quella dicitura che secondo l’esperienza di Christian non significava praticamente niente.

Ma la donna non desistette: “Vedo molte cose a tuo proposito nella mia sfera. Eventi imminenti. Hai messo in moto qualcosa.”

Christian sapeva benissimo che le sfere di cristallo non servivano ad un bel niente.

Lei assunse una voce profonda, non perdendo il sorriso insolente: “Vedo tre persone, che presto per te saranno molto importanti. Saranno anche dei buoni alleati.”

“Anche a me piacerebbe vedere questo tipo di futuro, e non solo incidenti e catastrofi” commentò lui caustico.

“…però ti ritroverai a dover fare una scelta. Ti sembrerà molto difficile” proseguì lei, con un sospiro.

“Non ho intenzione di pagarla, se è questo che pensa. Non le ho chiesto niente” disse lui, fin troppo innervosito.

Tuttavia lei non aveva ancora finito: “Ma non temere, anche tu sarai di aiuto a loro.”

“Ma lei mi sta a sentire?!” sbottò lui, cercando di mantenere la voce pacata.

“Di solito la gente è contenta, quando parlo loro della loro anima gemella e roba simile” commentò lei, rilassandosi e quasi cambiando voce.

Lui si irrigidì sulla sedia: “Che c’entra l’anima gemella?”

“Di che altro pensi che stessi parlando? L’amore è tutto, non credi?” disse la donna, stiracchiandosi: “I miei clienti non mi domandano altro.”

“Ascolti, non che mi interessi particolarmente” disse lui, rassegnato: “Ma lei prima parlava di loro. Non di una persona sola.”

Lei sorrise furbescamente: “E infatti ti ho detto che dovrai scegliere.”

Lui arrossì, abbattendo gli occhi sul pavimento. Poi, deglutendo, sussurrò vigliaccamente: “Quindi sta parlando di… Ehm…”

“Di tre uomini?” chiese lei, sgranando gli occhi curiosa.

Lui tirò su la testa, paonazzo e intimamente speranzoso: “Ha visto anche questo?”

La donna ammiccò: “No, ma non ci vogliono poteri sovrannaturali per capire che è ciò di cui hai estremamente bisogno.”

Vedendolo quasi offeso, la donna cominciò a ridere in modo musicale. Christian si sentiva con la dignità sotto le scarpe; probabilmente avrebbe parlato ancora, cacciandosi in vicoli se possibile peggiori, ma proprio in quel momento la piccola fata dai capelli verdi lo chiamò: “Christian, vero? Il signor Anemos dice che può vederti subito!”

Mentre la zingara stava ancora ridendo, e ancora con l’imbarazzo che gli tingeva il viso, Christian si alzò e fatto qualche passo mise mano al pomello della porta. Quando fu dentro, senza neanche salutare, senza nemmeno guardare il nonno in volto, disse per rompere il ghiaccio:

“Chi è quella tipa stramba travestita da cartomante? Sembra uscita dalla peggiore delle cartoline.”

L’uomo alla scrivania alzò gli occhi, e fece un mezzo sorriso sotto i lunghi baffi grigi, mentre timbrava delle carte dopo avergli dato una rapida occhiata: “È Myriam. Lei è come te, sua nonna è una mia cara amica. E sa leggere il futuro anche lei.”

“Non userei l’espressione anche lei” disse Christian con stanca calma, prendendo una sedia davanti la scrivania e collassandoci sopra: “Lei non sviene in mezzo alla folla, non si sveglia durante la notte gridando tanto forte da spaventare i vicini, non perde il lavoro perché ha delle specie di crisi epilettiche occasionali, non deve correre ad ogni angolo per cercare di prevenire degli incidenti senza essere creduta da nessuno. Lei vede il futuro quando desidera. E riesce pure a guadagnarci, perché la gente ama stare a sentire quel tipo di previsioni.”

“È vero, è molto brava con le relazioni” annuì lui: “Ma a parte i legami non riesce a prevedere quasi nient’altro. Tu invece hai uno di quei doni che ti permette di essere di beneficio agli esseri umani. E se ti sforzi, magari riuscirai anche a controllarlo meglio.”

“Perché mi hai chiamato qui?” disse Christian, e il suo tono assunse un cupo connotato di bambino triste.

L’uomo sospese quello che stava facendo e intrecciò le dita delle mani sulla scrivania. Aveva i capelli lunghi e le sopracciglia spesse, eppure il suo viso non appariva tanto vecchio come avrebbe dovuto: “Sono mesi che non ti fai più sentire. Da me. Da quando ti sei trasferito.”

Colpevole, Christian cercò di essere fermo sulle decisioni prese tante volte in precedenza: “Come dici tu, sto cercando di gestire il mio problema. Perché di problema si tratta. Purtroppo, con gli anni sta peggiorando. Le visioni mi vengono sempre più spesso. Non vengo più qui perché tu cercheresti di convincermi, come fai sempre, a gestirle meglio. E invece no, non è quello che voglio io. Voglio finalmente essere lasciato in pace, fino a quando è possibile. Avere una vita normale, senza spiriti o fate o previsioni agghiaccianti… E per questo devo tagliare questo legame che ho con te. In fondo, è come se non ci fosse. I miei genitori sono Arthur e Caroline Porter. Tuo figlio non è mai stato nulla, nella mia vita. Quindi a dire il vero, io e te non siamo sul serio legati.”

Anemos fece una lunga pausa; non tradiva nessuna emozione, né tristezza, né sdegno, né offesa. Poi sbatté le palpebre e commentò solo: “Tutt’ora ti ostini a non usare il loro cognome, però.”

Quelle semplici parole colpirono Christian sul vivo, e cercò quasi di scusarsi: “Se avessi preso il cognome Porter, in un certo senso avrei imposto arbitrariamente ad Arthur un peso non suo. Come figlio, finché ho così tanti problemi, non posso gravare tanto sulle sue spalle.”

“Per questo ti sei trasferito?” disse l’altro; c’era una sfumatura di comprensione, nella sua voce: “Ascolta. Devi smetterla di chiamarlo ‘problema’. Il tuo è un dono; per il mondo degli uomini ancor più che per il mondo degli spiriti. Fidati di me.”

“Sai che non sono d’accordo, su questo” disse Christian, tentando di mantenersi gentile: “Non credo che lo sarò mai”.

Voleva bene ad Anemos. Ma il loro rapporto, il filo teso dall’uno all’altro inghiottito a metà da un’assenza insostenibile, era troppo difficile da portare avanti. Significava per Christian accettare il sovrannaturale nella vita, e allo stesso tempo richiamare alla memoria quella mancanza nel suo passato. Ciò che desiderava, l’idea che più di tutte lo rinfrancava, era correre verso una vita ordinaria e normale e lasciarsi tutto questo lato dell’esistenza alle spalle. Era solo un quarto, un misero quarto del suo sangue, ma lo strattonava come un cavallo imbizzarrito.

“Come sta Caroline?” chiese il nonno con un sorriso amichevole, pur di cambiare discorso: “E Arthur? Spero non l’abbiano presa troppo male, che tu sia lontano.”

“È solo perché volevi vedermi, che sono qui?” domandò quieto e diretto Christian: “O c’è dell’altro?”

L’uomo alla scrivania si irrigidì, ma poi decise di parlare il più rapidamente possibile, quasi a togliersi il pensiero: “C’è un gruppo di spiriti che sta dando molti problemi, all’est. Infestano, rubano, approfittano in vari modi degli esseri umani, e non c’è verso di reprimerli, per ora.”

“Beh?” disse Christian quasi in un sospiro.

“Pare che Noel sia uno degli elementi di spicco di questa cellula impazzita.”

Solo ora la voce di Christian salì di tono, come se qualcuno avesse toccato il tasto scordato del pianoforte: “E allora?”

“E allora volevo avvertirti. Potrebbe capitare che alla fine decidano di spostarsi nelle grandi città. Oppure ci sono possibilità sensibili che ci transitino.”

“Capisco” annuì il ragazzo duramente: “Cercherò di fare in modo che non sia un mio problema. Tutto qui?”

“Per oggi, sì” disse l’uomo, tornando sulle sue carte: “Volevo anche vedere se stavi bene. E vedo di sì.”

Sentendosi congedato, Christian si tirò su in piedi; ma poi esitò, improvvisamente in dubbio: “Senti, nonno, mi dispiace di non essere più venuto. Tu non mi hai fatto niente. È solo che…”

“Lo so” disse solo Anemos, comprensivo come lo era sempre: “Lo so. Ma fatti vedere ogni tanto, comunque tu voglia. Non ho secondi fini in proposito, e non amo neanch’io venirti a prendere di peso come oggi.”

Solo ora, Christian si sciolse in un sorriso: “Dove le hai trovate quelle ragazzine sgargianti che lavorano per te?”

“Sono fate, prego” disse Anemos con leggera familiarità: “Molto solerti, ma difficili da gestire.”

In un certo senso, Christian non si sarebbe mai abituato a questo delirio. A queste assurdità da libro di fiabe mascherate da faccende normalissime, che solo a lui e a pochi eletti nelle sue condizioni era dato di vedere. Aveva ancora con sé la busta, e la aprì una seconda volta.

Era nel centro commerciale Sunny Field, esattamente dove si trovava prima dello spostamento. Respirò: pura, semplice normalità. Negozi, locali, ristoranti. Quasi sentiva emergere la voglia in petto di presentarsi al più presto al suo normalissimo appuntamento al buio.

Beh, non esageriamo. Al solo pensiero a Christian veniva ancora, letteralmente, la pelle d’oca. E non c’erano fate o spiriti che potessero destabilizzarlo di più.

Uscì dal bagno, deciso a lasciare il centro commerciale; aveva bisogno di una boccata d’aria. Forse sarebbe tornato alla tavola calda, raccontando una storia a proposito di un falso allarme: in quel periodo voleva davvero lavorare il più possibile. Era il modo migliore per trovare una dimensione propria e non pensare a tutto il resto, a tutto quello che non sapeva gestire.

Camminava intanto in direzione opposta al locale, decidendo che fare. Gli piaceva quel viale alberato e la giornata luminosa, e se solo fosse stato più scaltro avrebbe approfittato della situazione per godersi il pomeriggio libero. Ma sapeva già che non l’avrebbe fatto.

Stava per fare dietro front, ma ad un solo gesto una fitta fin troppo familiare gli attraversò obliqua il cranio, spegnendogli la vista per un momento.

“Oh, no” sussurrò, sperando che, come accadeva a volte, fosse un falso allarme. Cercò di concentrarsi, di controllare ciò che vedeva, di respingere gli automatismi della sua psiche, ma non era ancora capace. Sentiva defluire il sangue dal viso, e la luce non tornava. Perse percezione del suo corpo, e fu totalmente assorbito nella sua visione: ed erano troppe assieme, si accavallavano senza che nessuna prevalesse sulle altre. Un uomo si puntava una pistola alla testa; una ragazza si riempiva la bocca di cibo, fino a sentirsi male; una donna piangeva di una sofferenza senza uscita; un tizio in un bar cadeva a terra per il troppo alcool, la testa che pulsava e che sembrava uscire dal corpo. Christian in un attimo poté sentire tutto: le lacrime, l’emicrania, la pallottola che sfondava il cranio, il vomito che saliva alla gola. E nemmeno un nome, non un dato che permettesse a lui di portare in salvo quelle persone. Come tante volte era accaduto.

Qualcuno lo schiaffeggiò leggermente in viso. Christian si accorse di essere seduto appoggiato al muro. Aprì gli occhi, e una signora lo guardava apprensivamente insieme ad altre quattro o cinque persone.

“Ragazzo, stai bene?” disse quella voce femminile, maternamente preoccupata: “Sei pallido come un morto!”

Con le idee confuse, Christian notò qualcuno in secondo piano che diceva a qualcun altro: “Và a cercare aiuto.” Rumore di passi. Ogni voce era ancora così separata da tutto il resto, molto più che le voci tragiche della sua visione.

Si costrinse, con un immane sforzo di volontà, a cercare di mettersi in piedi. Si fece leva sul muro a cui era appoggiato, e per concentrarsi meglio chiuse gli occhi. Quando li riaprì, erano rivolti verso il basso.

Non c’era più la signora col tailleur davanti a lui. Christian alzò la testa, e incontrò gli occhi di un volto altrettanto stupito. Con un sussulto in quel bel viso maschile il ragazzo riconobbe immediatamente la fisionomia dell’agente Winter, e come se quel cognome avesse innescato una reazione automatica, si sentì gelare il sangue.

Impercettibile, la sorpresa dipinta sul volto dell’agente si cancellò per lasciare il posto ad un velo di nuova, impenetrabile serietà: “Ti senti male, ragazzo?”

Quel tono sorprese Christian, ancora poco lucido. Per un attimo pensò che l’uomo non l’avesse riconosciuto. Eppure, quell’espressione sorpresa che per un secondo aveva letto…

La signora col tailleur si avvicinò al poliziotto e disse apprensiva: “È svenuto in mezzo alla strada, agente. Ci sono voluti due minuti buoni per fargli tornare i sensi. Forse è meglio portarlo all’ospedale.”

Solo ora Christian afferrò che erano stati i suoi soccorritori a chiamare l’uomo. Probabilmente il primo rappresentante delle forze dell’ordine che avevano trovato in giro.

“Ci penso io” fece asciutto Winter: “Non vi preoccupate. Ora lasciategli un po’ di spazio.”

Sulla fronte di Christian era ancora incastonato sudore freddo. Non doveva avere un bell’aspetto. Sentì il leggero tocco del poliziotto sul suo braccio, mentre gli chiedeva: “Hai bisogno dell’ospedale?”

“Ehm” chissà perché, Christian con quell’uomo finiva sempre per balbettare o biasciare; ma nel suo stato psicofisico del momento, era del tutto inevitabile: “No… Solo un calo di zuccheri.”

“Ce la fai a camminare?” chiese l’uomo con solerzia, mentre i passanti che avevano soccorso Christian cominciavano a sfollare. Lui, senza riuscire a smettere di guardare ipnoticamente gli occhi azzurri di Winter, annuì obbediente.

“Allora vieni con me” disse l’uomo in divisa.

“Veramente…”

“Vieni con me, ho detto” ripeté Winter con poca più fermezza.

Pacificamente, ancora malfermo sulle gambe, Christian si risolse a camminare, scortato dall’agente che procedeva appena alla sua sinistra. Si domandò per quale strana casualità, tra tutte le persone in quella città che potevano soccorrerlo, fosse capitato proprio lui.

“Tu sei un vero poliziotto?” Christian domandò quasi udendosi dall’esterno, praticamente senza accorgersene. Forse quel silenzio era troppo pesante. Temeva da un momento all’altro che l’agente potesse riportare sul tavolo il loro ultimo incontro, e a quel punto il ragazzo non avrebbe saputo come uscirne fuori. Sperò ardentemente che il cielo glielo risparmiasse.

Ma, inaspettatamente, Winter finse di non avere sentito alcuna domanda. Si fermò solo quando arrivò davanti al distributore automatico che stava accanto ad un negozio. Cercò nelle tasche qualcosa.

Christian non capì le sue intenzioni per qualche secondo, ma se ne stette buono e con la coda tra le gambe, ansioso che l’uomo dicesse qualcosa. Qualunque cosa. Poi vide Winter contare distrattamente qualche moneta sul palmo della mano. Christian lo fissava così insistentemente che l’uomo finì per alzare lo sguardo, e come per dare spiegazioni fece, con una voce quasi svogliata: “Hai detto di aver avuto un calo di zuccheri.”

Solo ora Christian comprese, e si affrettò a dire: “Lascia, faccio io!”

Ma allungando il braccio, Winter infilò le monete nel distributore e in un unico movimento scelse un succo di frutta. Si chinò a prenderlo e lo offrì al ragazzo.

Sbalordito, Christian lo prese meccanicamente, dimenticandosi totalmente di ringraziare. Per qualche motivo, avvertiva una tensione nell’aria per nulla incoraggiante.

Alla fine, senza alcun cambio di tono, Winter disse: “Non credevo di rivederti così presto. Men che meno di trovarti svenuto in mezzo alla strada.”

Ecco il punto. Christian si sentì attraversato da una scarica di adrenalina, e i suoi occhi espressero una visibile paura. Rimase in silenzio, sperando che fosse l’uomo a continuare.

Stringendo appena gli occhi, Winter scrutò Christian con estrema diffidenza; poi la sua voce si tramutò, facendosi sottilmente ostile: “È stato interessante. Qualcuno mi urla in faccia che al Silk Palace ci sarà un incendio come scusa per entrare dentro, e mezz’ora dopo un incendio divampa davvero.”

Non sapendo come reggere quello sguardo inquisitorio, Christian abbassò gli occhi. Il cuore batteva forte per la paura. Forse era veramente nei pasticci, e non sapeva come cacciarsene fuori.

L’agente continuò a guardarlo dall’alto in basso, con una collera appena percettibile: “Niente di strano. Se scoppia un incendio e solo pochi minuti prima qualcuno, particolarmente fuori di testa, inneggiava proprio ad un incendio, per la polizia non è difficile fare due più due. Il problema è che invece qua non ci sono stati dubbi fin da subito sull’identità del responsabile. A parte il fatto che ha perso la vita, questo caso è filato più liscio dell’olio. Mi dici che dovrei pensare?” chiese, a tradimento.

“Come…?” esalò Christian, sentendosi ormai svuotato da ogni energia, da ogni giustificazione.

“Mi dici che dovrei fare adesso?” ripeté Winter, e mescolato alla severità estrema c’era un lato di sincera confusione e frustrazione personale: “Dovrei arrestarti? Forse dovrei. Forse te lo meriteresti. Ma chi potrebbe darmi credito in polizia?”

“Io non ho fatto niente!” esclamò esasperato Christian, non vedendo più vie d’uscita. Non era la prima volta che il suo problema lo esponeva al rischio di essere arrestato. La disperazione che gli era appena esplosa dalla gola non era rivolta all’agente, ma a se stesso. Era stufo di passare tutti quei guai ogni volta che cercava di aiutare qualcuno. Era troppo difficile.

Stranamente, Winter non si arrabbiò di più, ma anzi, sembrò volersi controllare; indicò il succo con un movimento del capo e disse: “Dovresti berlo.”

Quasi obbedendo ad un ordine, Christian annuì mestamente e svitò il tappo.

L’agente Winter osservò i contorni bruni degli occhi di Christian, che rimanevano bassi. Poteva vederne solo le palpebre, eppure bastava ad osservare l’avvilimento che segnava adesso quel ragazzo. Facendo emergere una domanda che dal giorno dell’incendio rimaneva sospesa a mezz’aria, l’agente chiese adesso, cercando di mascherare quella sfumatura di comprensione che avrebbe forse potuto uscirgli: “Qual’è il tuo nome?”

Come un cagnolino ubbidiente e abbattuto, il ragazzo rispose: “Christian.”

La voce di Winter si fece più dura mentre si abbassava per riuscire a guardarlo negli occhi.

“Hai problemi di droga, Christian?”

A quella domanda il ragazzo trasalì visibilmente, e guardò l’uomo come sperando che stesse prendendolo in giro.

“Come?”

Senza nessuno sconto, l’altro disse secco: “Non è assolutamente normale che un ragazzo della tua età svenga in quel modo in mezzo ad una strada. Non aveva l’aria di un calo di zuccheri; non sono così scemo.”

Nel tono, nelle parole dell’agente non c’era nessuna sfumatura di preoccupazione, o di familiarità. Solo una condanna semplice e diretta. Christian sentì pungere gli occhi di lacrime che emergevano.

Guardò quell’uomo un’altra volta, la sua pelle imbevuta dal sole, il profilo forte del corpo. Aveva i capelli lunghi quel tanto che bastava per tenerli fermi con un elastico, quel giorno, in una corta coda. E Christian si chiese perché un uomo così bello volesse a tutti i costi dimostrarsi così insopportabile.

“Io non mi drogo” scandì Christian piano.

“Ho qualche dubbio, in proposito” disse tagliente Winter: “Ora, se permetti, vorrei evitare di incontrarti ancora in situazioni sospette, Christian. Credo di averne già avuto abbastanza per questa vita. Passerò sopra la faccenda del Silk Palace, con enorme sforzo, ma se si ripeterà… Stavolta cercherò spiegazioni.”

Umiliato, Christian non volle dire niente. Era inutile: Winter non avrebbe potuto capire. Si limitò ad osservarlo, e finì per distrarsi.

“Lei…” non poté impedirsi di chiedere alla fine, rivolto al poliziotto: “Lei sta bene, agente Winter? Intendo, non si è fatto male? Al Silk Palace.”

In un certo senso Christian si sentiva ancora più idiota a porre quella domanda, e si rese che avrebbe potuto addirittura apparire ipocrita. Ma non era riuscito proprio ad impedirselo.

Sorpreso, Winter sgranò gli occhi azzurri: “No. Neanche un graffio. Credevo che fosse andata peggio a te. Comunque…” esitò: “Christian, io sono Will. Voglio dire” si interruppe di nuovo, nel tentativo di non parere troppo amichevole od essere frainteso: “Chiunque mi chiama così; praticamente nessuno si rivolge a me per cognome. Non credo che tu abbia tanti anni meno di me, quindi… E poi io pattuglio spesso in questa zona della città.”

“Oh” disse Christian sorpreso, nascosto dietro il succo di frutta che fingeva svogliatamente di sorseggiare. Cercava di studiare se il tono del suo interlocutore era tranquillo, paternalistico, ostile, ma non trovava nessun indizio che l’aiutasse. Per quanto ne capiva lui, il poliziotto si stava mettendo al suo livello, oppure tutto il contrario. Era pura formalità sotto cui nascondere una sincera avversione.

E somigliava molto più al fastidio il suo tono quando Will sbuffò e disse stancamente: “Dove abiti? Hai bisogno che ti accompagni a casa?”

Christian tremò impercettibilmente e si affrettò a dire: “No, no… Sto bene adesso.”

“Sicuro?”

“Ehm… Ti ho già trattenuto fin troppo” disse Christian mentre il disagio cresceva. Più stava vicino all’agente Will più si sentiva un mucchietto di ossa piuttosto stupide.

Solo ora, per la prima volta, l’agente sorrise; ma era un sorriso a mezza bocca senza nessuna vera allegria, un sorriso acido e intimidatorio: “Non credere che io sia rimasto qui solo per offrirti un succo di frutta e farti recuperare gli zuccheri. Se ho perso tanto tempo con te, è perché tu sappia che non mi è andata giù la faccenda dell’altra volta. L’hai capito. Sappi che ti tengo d’occhio.”

Piano piano il sorriso aspro era scomparso per lasciare il posto alla consueta carismatica serietà. Tutto ciò che Will diceva, pur privo di superbia alcuna, suonava come un ordine che non si poteva rifiutare.

In realtà, il poliziotto era a suo modo parecchio incerto in quella situazione imprevista, a quell’incontro inaspettato. Vedeva l’espressione di Christian – ora che sapeva il suo nome, si era inscindibilmente appiccicato alla sua persona – farsi più scura ad ogni sua parola. Ma non reagiva. Tutto in lui gridava senso di colpa; il suo comportamento era stato oggettivamente tra il sospetto e l’irrazionale, eppure… gli occhi di Christian erano vuoti di ogni menzogna. Era qualcosa di difficile da decifrare, e che metteva Will sulle spine.

Christian si congedò con un melanconico gesto del capo, incapace di dire niente. Mentre andava via, fino a poco prima di svoltare verso casa, sentiva ancora quegli occhi inquisitori e giudici premersi sulla sua schiena. Proprio perfetto. Adesso c’era pure chi era convinto che lui fosse un tossico.